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Associazione Culturale Don Quixote - CF 97675010017 

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Laboratori didattici. 

l'Associazione DonQuixote si dedica ad ideare e condurre laboratori formativi in fotografia e audiovideo rivolti ad un'utenza variegata, spesso in contesti disagiati, dove la condivisione di esperienze e competenze assume un significato particolare. 

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Un film, un podcast e una mostra fotografica: sono i risultati del progetto NUTO, un percorso di alfabetizzazione audiovisiva che ha coinvolto bambine, bambini e docenti dell’IC Pinerolo 4 in un viaggio creativo dentro le memorie raccolte da Nuto Revelli.

Attraverso laboratori di scrittura cinematografica, costruzione di burattini e scenografie, produzione audiovisiva, fotografia, musica e podcast, gli alunni e le alunne hanno trasformato testimonianze e storie del mondo contadino in nuovi racconti, mettendo in dialogo memoria, territorio e presente.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra scuola, docenti e operatori culturali, con il prezioso contributo della Fondazione Nuto Revelli e il coinvolgimento della Fondazione Poet. Il percorso ha dato ai più giovani la possibilità non solo di conoscere il patrimonio di memoria legato a Nuto Revelli, ma di riattraversarlo attraverso i linguaggi del cinema, della fotografia e del podcast.

Un ringraziamento particolare va alle scuole e ai docenti che hanno accompagnato il percorso, alle bambine e ai bambini che lo hanno reso possibile, alla Fondazione Nuto Revelli e alla Fondazione Poet per la collaborazione, e al Comune di Pinerolo per il sostegno all’iniziativa.



  

INIZIATIVA REALIZZATA NELL’AMBITO DEL PIANO NAZIONALE CINEMA E IMMAGINI PER LA SCUOLA PROMOSSO DA MIC E MIM

 

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Che cosa significa immaginare il domani quando si è bambini?
Da questa domanda nasce DOMANI, progetto audiovisivo, fotografico e cinematografico realizzato all’Istituto Maria Immacolata di Pinerolo, un percorso di formazione e produzione che mette al centro lo sguardo, la voce e l’immaginazione dei suoi bambini e delle sue bambine.
 

Cinema, fotografia e animazione diventano strumenti per imparare a raccontarsi e, insieme, per raccontare una comunità scolastica. Un percorso laboratoriale che porta i partecipanti dalla scoperta del linguaggio cinematografico alla realizzazione concreta di immagini, interviste, ritratti, animazioni e paesaggi sonori.

Il risultato è un racconto corale dell’Istituto Maria Immacolata, sospeso tra realtà e immaginazione: un film che intreccia documentario e animazione e una mostra fotografica costruita attraverso i volti, gli oggetti e i mondi personali dei giovani protagonisti. E ancora uno slideshow fotografico, una serie di ritratti scattati giocando a metersi in gioco, per raccontare agli altri l'impressione di chi siamo, e di chi saremo.  Al progetto hanno partecipato i bambini e le bambine della scuola primaria della secondaria di primo grado.
 

DOMANI non racconta semplicemente una scuola: racconta come una generazione guarda il presente e prova a immaginare ciò che verrà.
 

Il progetto, con Istituto Maria Immacolata di Pinerolo come soggetto capofila e Associazione Don Quixote come partner, si conclude con una serie di appuntamenti aperti alla cittadinanza e con la presentazione dei lavori realizzati.



 

INIZIATIVA REALIZZATA NELL’AMBITO DEL PIANO NAZIONALE CINEMA E IMMAGINI PER LA SCUOLA PROMOSSO DA MIC E MIM

 

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MASKE! è un progetto formativo, finalizzato alla produzione di un film, dell’IC Pinerolo 4, a cura di Associazione Culturale Don Quixote e Associazione BACO. Ha riguardato le classi quarte dei plessi Costa, Parri, Buriasco e Macello e ha coinvolto in totale oltre 100 studenti e 20 insegnanti.

Il progetto, iniziato nel settembre 2024, in corrispondenza con l’inizio dell’anno scolastico, ha proposto un percorso di narrazione audiovisiva a partire dalle fiabe tradizionali delle masche, fortemente radicate in Piemonte e nel pinerolese, rielaborandole attraverso materiali concreti come i burattini e le marionette per aprire una riflessione su temi attuali e aderenti al vissuto dei bambini e delle bambine che hanno partecipato alle attività.

Quattro storie, quattro classi, quattro stagioni e quattro fasi lunari. Una circolarità di numeri, temi, cicli. Fate, fattucchiere, maghe, streghe, masche. Un ecosistema narrativo gioioso, vivace, solare e al tempo stesso pauroso, notturno e misterioso, che racconta di ecologia, tradizione, fantasia, dove il ruolo dei bambini e delle bambine è centrale, e dove il linguaggio cinematografico si mescola a quello letterario e del teatro di figura.

I bambini e le bambine hanno partecipato alla fase di scrittura, ideando i dialoghi e i testi delle canzoni e delle filastrocche delle quattro storie, hanno creato i burattini e le scenografie, sono stati coinvolti nella fase di produzione cinematografica e sono stati protagonisti della sonorizzazione, registrando i dialoghi e i canti di ogni storia.

Ma il progetto non si è limitato alla produzione cinematografica. Tra gli obiettivi del percorso formativo ci sono stati anche una parte di formazione al linguaggio cinematografico (che è stata rivolta agli studenti e le studentesse dei plessi Parri-Costa e agli allievi della scuola Pollicino) e un’altra sul linguaggio fotografico, rivolta ai plessi di Buriasco-Macello. Durante il laboratorio fotografico i partecipanti hanno avuto modo di sperimentare le basi della tecnica fotografica applicandole in vari momenti di apprendimento ludico, che hanno avuto lo scopo di ritrarre i burattini delle Masche e le scenografie prodotte durante i precedenti laboratori. Sperimentando la fotografia stenopeica con la costruzione di fotocamere di cartone, giocando con il collage fotografico, con il movimento e con le luci, i bambini e le bambine hanno prodotto una serie di immagini colorate e dinamiche in grado di restituire visivamente in modo efficace il rapporto emotivo tra loro stessi, le loro creazioni e le storie che li hanno coinvolti. 

Il progetto è promosso dal bando Cinema ed immagini per la scuola e ha coinvolto anche Fondazione Poet. 

 

 

INIZIATIVA REALIZZATA NELL’AMBITO DEL PIANO NAZIONALE CINEMA E IMMAGINI PER LA SCUOLA PROMOSSO DA MIC E MIM

 

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Progetto Fuori

 

Il progetto, realizzato dal CPIA 3 Tullio de Mauro di Torino in collaborazione con Associazione Culturale DonQuixote, IPM Ferrante Aporti, Inforcoop Ecipa Piemonte, ANMC, Torino Film Commission, ha coinvolto un gruppo di studenti del CPIA di due sedi di Torino Sud e dell'Istituto Penale per Minorenni in una serie di laboratori formativi sul tema dell'audiovideo.

Con il materiale prodotto durante il percorso formativo sono stati realizzati il cortometraggio “I Cinque Punti”, una serie di podcast, uno slideshow fotografico.

Come si finisce in un carcere minorile, e come si vive in un luogo di detenzione? Il film parte dalle biografie e dal vissuto  dei ragazzi attualmente reclusi all’interno dell’IPM Ferrante Aporti di Torino. Storie tragicamente comuni (oppure drammaticamente uniche) che costituiscono un racconto sulla contemporaneità, il disagio del vivere ai margini:  in una periferia tanto urbana quanto esistenziale una madre si prepara per andare ad incontrare il figlio che è stato arrestato e imprigionato. E' il giorno del primo colloquio. Nel suo “viaggio” verso il carcere minorile, dove il figlio è recluso, attraversa la città. Una voce accompagna il suo cammino.

 

 

INIZIATIVA REALIZZATA NELL’AMBITO DEL PIANO NAZIONALE CINEMA E IMMAGINI PER LA SCUOLA PROMOSSO DA MIC E MIM

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Il progetto didattico e formativo RECIPROCANZA, realizzato con gli istituti scolstici pinerolesi Liceo “M. Curie” , Liceo “G.F. Porporato”, I.I.S. “Prever” e Liceo Valdese, ha avuto come obiettivo la produzione di una serie di materiali, frutto delle attività laboratoriali in ambito audiovisivo, che sono state convogliate nella produzione di un documentario che racconti il mondo del mutualismo in una prospettiva storica ma con una grande attenzione al presente, frutto del punto di vista dei ragazzi e delle ragazze. Raccontare l’idea del mutualismo a partire dalle esperienze della più antica Società di Mutuo Soccorso italiana, quella di Pinerolo, e raccordare quell’idea antica con il presente e la contemporaneità, ridefinendo e attualizzando quella esperienza. In una prospettiva sinergica e collaborativa, in cui la logica bottom up e peer to peer è stata fondamentale, siamo andati ad incontrare varie realtà che fanno mutualismo oggi (a Firenze, Milano, Torino, così come in Liguria e in Piemonte e perché no, nella stessa Pinerolo) per cercare di capire come quell’idea così semplice, darsi una mano, sia viva ancora oggi e abbia anzi una prospettiva ben indirizzata verso il futuro. Le voci delle origini e della tradizione del mutualismo, ben rappresentate dallo storico Prof. Diego Robotti si sono mescolate alle esperienze di oggi, trovando negli studenti delle scuole secondarie di I e II grado non solo degli spettatori passivi, ma anzi degli interlocutori vivaci e curiosi, attenti ed acuti.

Il progetto ha previsto una parte teorica sul linguaggio cinematografico, dove si è proceduto a scoprirne la sintassi e grammatica e dove l’approfondimento del titolo di volta in volta proposto non si è basato solo sui contenuti dell’opera, ma anche e soprattutto sui suoi aspetti estetici, formali ed espressivi, nell’ottica di offrire ai/alle partecipanti un altro metodo per vedere e analizzare un testo audiovisivo.

Lo strumento radiofonico e di scrittura per gli audio documentari è stata parte integrante del progetto, e ha portato a produrre un podcast sulla realtà del mutuo soccorso, in particolare sulle sue articolazioni nel mondo attuale. Incontrare le persone che fanno parte del mondo del Mutuo Soccorso, stringere una relazione con loro è stato uno degli obiettivi del progetto: uno strumento ideale è quello del medium fotografico: il progetto quindi ha previsto la realizzazione di una mostra fotografica che è stata oggetto di esposizione così come di pubblicazione cartacea e web: uno specifico laboratorio ha anzi previsto di realizzare un portale web dedicato al progetto che è ospitato dal sito della SOMS di Pinerolo. Il progetto ha previsto inoltre un percorso di formazione audiovisiva destinato ai docenti.

 

 

INIZIATIVA REALIZZATA NELL’AMBITO DEL PIANO NAZIONALE CINEMA E IMMAGINI PER LA SCUOLA PROMOSSO DA MIC E MIM

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Peer 2.0

Progetto realizzato con il contributo di CITTA DI TORINO e REGIONE PIEMONTE in collaborazione con Cooperativa Stranaidea e ASLTO2, nell’ambito del progetto “Torino, da città a comunità”.

Il corto VIRTUAL [PARENTESI] è stato ideato e realizzato insieme a dieci ragazzi e ragazze delle scuole superiori Paravia e Bodoni di Torino, nell’ambito di un progetto di promozione della salute attraverso l’uso di prodotti multimediali. Nella prima fase abbiamo analizzato e lavorato con materiali video per affrontare argomenti vicini alla prevenzione dei comportamenti a rischio attraverso l’utilizzo dei nuovi multimediali. Il tema della DIPENDENZA TECNOLOGICA è stato proposto dai ragazzi stessi, dopo momenti di riflessione e di discussione sul tema del rischio e delle loro esperienza di vita. Coscienti del fatto che per poter imparare a leggere i media occorra anche saper scrivere con essi abbiamo in seguito ritenuto importante dare una possibilità concreta di sperimentarsi nella progettazione e nella produzione di un audiovisivo. Gli stessi ragazzi hanno analizzato e discusso gli stimoli offerti loro; quindi hanno scritto una sceneggiatura, disegnato uno storyboard e creato praticamente il cortometraggio, seguendo tutta la produzione, dalle riprese alla promozione. del video, destinato ad essere utilizzato successivamente come materiale di promozione della salute.

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Ho stile, sono io!

Progetto di laboratorio fotografico e video sulle mode giovanili, realizzato in due step formativi, il primo  presso l’Agenzia Formativa Piazza dei Mestieri di Torino , il secondo presso alcune comunità e centri diurni per adolescenti gestiti dalla Coop. Valpiana di Torino. Il laboratorio è una ricerca per immagini sui temi della moda giovanile, dell’appartenenza a gruppi di adolescenti e dell’identità personale relazionata al look.

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Scampia, viaggio nella memoria per... immagini.

“Viaggio nella memoria per...” è il nome del progetto che si è svolto a Scampia nella primavera del 2005 per iniziativa dell’associazione “Chi Rom…e chi no” con l’appoggio dell’Unione Europea, un progetto che prosegue il lavoro svolto da anni con bambini Rom e Napoletani dell’ hinterland napoletano. 

 

Il viaggio proposto dai ragazzi di “Chi Rom… e chi no”, parte da Scampia per scoprire una periferia, i suoi abitanti, cercando di ritrovare in queste storie anche una parte della nostra stessa storia di migranti. La collaborazione del Collettivo Don Quixote è avvenuta con la realizzazione di un laboratorio di fotografia e video che ha coinvolto i componenti del gruppo di adolescenti del progetto. Nonostante la purtroppo ridotta durata del laboratorio, il grande entusiasmo dei partecipanti, la grande sinergia e comunione di intenti e la piena disponibilità di tutti a mettere in gioco se stessi e la propria esperienza, hanno prodotto una serie di incontri molto intensi e comunicativi durante ai quali si è riusciti nell’intento di realizzare un “viaggio per immagini” attraverso i luoghi e i momenti più significativi dell’esperienza di vita dei partecipanti. Il gruppo di adolescenti, composto da napoletani e Rom, ha usato le macchine fotografiche analogiche e digitali come strumenti comunicativi con i quali ha avuto modo di confrontarsi, e soprattutto di mettersi in gioco  scoprendo agli altri alcuni degli elementi fondamentali della propria esistenza e del proprio ambiente. In questo modo, attraverso l’espediente della fotografia, il gruppo ha combattuto l’isolamento, la ghettizzazione e le barriere comunicative che contraddistinguono Scampia, e così per la prima volta dopo anni di amicizia i ragazzi napoletani sono entrati nei campi nomadi e hanno avuto modo di conoscere direttamente l’ambiente di vita dei propri compagni, così come i ragazzi Rom sono stati invitati a conoscere le case dei Napoletani, unendo universi ancora sconosciuti nonostante si trovino a pochi passi l’uno dall’altro. Alla stessa maniera il lavoro sul territorio ha prodotto momenti molto intensi, durante i quali la riflessione sulle condizioni di vita del quartiere ha raggiunto grandi livelli di critica e consapevolezza e soprattutto ha testimoniato grande volontà di rivalsa, portando anche a considerare la fotografia come mezzo di provocazione nei confronti degli elementi oppressivi e imposti nel quartiere dal ricatto della indifferenza istituzionale e della camorra.

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Giacomelli ed io.

Laboratorio realizzato con pazienti psichiatrici in collaborazione con l'Agenzia Formativa Engim di Torino. Il workshop aveva come principali intenti l’aspetto ludico, la comunicazione, il lavoro di gruppo e la conoscenza reciproca. La tecnica fotografica è stata relegata in secondo piano e ne sono stati sfruttati i principi fondamentali per creare momenti di gioco. Il prodotto finale del lavoro di gruppo è stato la realizzazione di uno scatto collettivo che doveva ricreare la famosa fotografia di Giacomelli “i pretini” in un esperimento che ha insistito sulla riflessione riguardo alla fotografia intesa come “attimo congelato”oppure come “creazione artificiosa”. Lo scatto prodotto, stampato in camera oscura con i partecipanti, è stato presentato al bando “L’ho dipinto con…” della città di Torino, ed è stato menzionato dalla critica ed esposto in una mostra collettiva di Arte Plurale.

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Alterego Fotografia

Laboratorio realizzato nel progetto “Alterego” dell’ ASL TO4 con la partecipazione di  pazienti con problemi di alcolismo. Il laboratorio, di lunga durata, ha previsto sia una capacitazione tecnica sui principi fondamentali della fotografia, digitale e tradizionale, includendo anche il lavoro in camera oscura, sia aspetti di ricerca visiva sull’identità e sull’esistenza quotidiana dei partecipanti. Il prodotto consiste in una serie di immagini che sono il racconto introspettivo e individuale di ciascuno.

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Laboratorio di fotografia nell'Aldeia Borro di Meruri, Mato Grosso, Brasile

Queste immagini sono il prodotto di un laboratorio di fotografia e video partecipativa, durato l’arco di due mesi, svolto a Meruri, nello stato del Mato Grosso, Brasile, presso la struttura del “Centro di cultura Rodolfo Lunkenbein” con la partecipazione di una ventina di Bororo, di età compresa tra i 12 e i 30 anni.L’obiettivo principale del laboratorio etnofotografico da me organizzato a Meruri, voleva essere quello di dare un contributo allo studio dell’attività simbolica dei Bororo, a partire dalle immagini che essi stessi hanno realizzato di sé e che altro non sono, che rappresentazioni del mondo viste attraverso i loro occhi. Provare ad arrivare a delle conclusioni antropologiche a partire dagli imput dati dalle immagini realizzate dai giovani di questo villaggio, partendo dal presupposto che la fotografia e la sua interpretazione può essere un mezzo valido per arrivare nell’intimità di chi la realizza. Sappiamo infatti che l’attività simbolica, l’elaborazione estetica, e la comunicazione sono campi dominati dalla dimensione visiva e che il linguaggio delle immagini è uno dei luoghi ideali per le l’espressione delle emozioni. Essendo consapevoli di poter vedere solo ciò che i nostri atteggiamenti culturali e teorici ci permettono di vedere, la scelta da me adottata è stata quella di realizzare un laboratorio di fotografia e video partecipativa di modo da sopprimere il filtro dello sguardo dell’antropologo o del fotografo attraverso la macchina fotografica per cercare di avere accesso al pensiero dei Bororo, grazie all’opportunità offertagli di scegliere e riprendere loro stessi il proprio mondo. Credo che i risultati di questo laboratorio dimostrino che la fotografia può essere un metodo empatico - emotivamente arricchente - per entrare in contatto con un’altra cultura e per lanciare un ponte al di sopra dei confini culturali e dei codici ristretti in essa contenuti.Le immagini realizzate dai ragazzi e dalle ragazze Bororo, ci mostrano come le idee che gli esterni (e in particolare gli antropologi) si fanno degli altri siano spesso viziate da preconcetti, i quali non possono certo essere di aiuto nel processo di comprensione dell’altro. Nel nostro caso, altro è la cultura Bororo, nelle precise circostanze spaziali e temporali in cui il laboratorio si è collocato: Meruri, Mato Grosso, Brasile, anno 2004. Se per cultura intendiamo quell’“insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società” , dovremmo allora ammettere che i risultati di questo  laboratorio sono stati piuttosto sconfortanti, almeno per quello che riguarda i nostri ideali, se non vogliamo parlare di “idee ricevute”. Ossia, i nostri ideali di ricercatori, di occidentali, di estimatori del passato e della sua più o meno appassionante cultura.Gli stessi risultati sono stati invece illuminanti, a parer mio, per capire chi sono oggi i Bororo, che cosa essi non sono più e che cosa, forse, vorrebbero essere. I Bororo, come la maggior parte degli Indios, infatti, non sono la prova vivente di un passato dorato e primitivo che noi rimpiangiamo. queste fotografie, nell’insieme, costituiscono una specie di album della comunità, realizzato a più voci, tramite l’appropriazione di una potente tecnica, precedentemente appannaggio esclusivo di antropologi o turisti. A causa dell’ormai secolare contatto dei Bororo con la società non-indigena, tanto la macchina fotografica, quanto il suo prodotto – le immagini su carta –, non rappresentano più una minaccia, culturale o spirituale, ma un mezzo che permette all’etnografo l’accesso ad un ampio spettro culturale altrimenti non raggiungibile, e ai gruppi minoritari (indigeni o no), di rafforzare le forme di rappresentazione e di dialogo con la cultura egemonica. E penso che prima di ogni altra questione scientifica o di ricerca (antropologica o altro), sia quest’ultima la funzione principale della fotografia, usata in un contesto come quello dell’Aldeia Meruri, Mato Grosso, Brasile.

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Viaggio per immagini nel mondo del lavoro infantile, San Carlos, Nicaragua

L’esperienza realizzata in Nicaragua è stata per me l’occasione di esplorare il ruolo del fotografo e scoprirne nuovi aspetti e  possibilità. L’idea alla base del progetto, di cercare di coinvolgere nella realizzazione di un reportage i protagonisti stessi di esso ha funzionato e ha aperto nuove e interessanti prospettive per il mio lavoro. Il laboratorio si è svolto durante un periodo di un mese e mezzo tra Novembre e Dicembre 2004 all’interno delle strutture del centro per bambini e adolescenti lavoratori "Rayitos del Sol" a  San Carlos, nel dipartimento del Rio San Juan, nel sudest del Nicaragua. Il centro si occupa di fornire assistenza e aiuto ai molti bambini adolescenti in condizioni di vita precarie che sono costretti a lavorare per garantire la propria sopravvivenza e quella delle proprie famiglie. Il lavoro si è articolato in una serie di incontri suddivisi in due spezzoni. Durante il primo modulo i partecipanti al corso, quindici adolescenti di età compresa tra i dodici e i venti anni, hanno avuto modo di avvicinarsi al mezzo fotografico e di creare uno spirito comunicativo all’interno del gruppo, giocando e mettendosi in gioco attraverso la sperimentazione del ritratto e realizzando una serie di interviste reciproche rivolte alle proprie esperienze di vita, il che è stato anche il primo avvicinamento al tema del progetto, ossia il mondo del lavoro infantile. I primi incontri hanno da subito acceso un grande entusiasmo nei partecipanti, i quali si sono dimostrati molto disponibili a raccontare e discutere la propria esperienza di lavoratori e le condizioni di vita delle proprie famiglie. Il mezzo fotografico ha inoltre esercitato un grande fascino su tutti, anche perché bisogna ricordare che le precarie condizioni economiche e sociali dei partecipanti fanno sì che quasi nessuno abbia mai posseduto una macchina fotografica. In tutta San Carlos, che pure è il capoluogo di una delle province più grandi del Nicaragua, non esiste neanche un laboratorio per lo sviluppo delle fotografie ed è molto difficile trovare persino le pellicole. E’ quindi facile immaginare l’interesse dei partecipanti per la camera oscura e per il lavoro di ripresa, il quale è stato all’inizio dedicato al ritratto reciproco, sperimentando vari tipi di illuminazione, usando fondali e ambientazioni particolari e utilizzando sia macchine manuali che automatiche. Una volta raggiunta una buona confidenza con il mezzo fotografico e un buon affiatamento all’interno del gruppo è stato possibile passare alla seconda fase del progetto, quella che più mi interessava in quanto riguardava la sperimentazione del ruolo del reporter in condizioni diverse dal normale. In questo caso sarebbero stati gli stessi protagonisti a raccontare la loro storia, e non un narratore esterno. Un gruppo di adolescenti lavoratori avrebbe raccontato l’universo del lavoro infantile, analizzando in modo critico la propria esperienza di vita attraverso le fotografie e le interviste. I partecipanti hanno assunto il ruolo di reporters e hanno realizzato una vera e propria fotoinchiesta che riguarda i luoghi dove essi stessi lavorano e vivono e le persone con le quali sono a contatto quotidianamente. Il mio ruolo è stato quello di una sorta di intermediario, una figura a metà tra il fotoreporter e il tutor, e ciò ha influenzato molto anche il mio lavoro personale. Le foto che ho scattato durante le uscite con il gruppo del laboratorio rispecchiano molto le influenze del lavoro comune, la confidenza che avevo raggiunto con i compagni di lavoro mi permetteva di entrare molto più facilmente nel loro mondo e di fotografarlo in modo efficace.